Immuni: siamo cittadini o beta tester?

InfoSec.news del 1 maggio 2020

Diventa sempre più difficile affrontare con serenità dubbi e perplessità riguardanti la app Immuni senza essere diffusamente additati come scellerati “alfieri della Privacy” che o agiscono senza consapevolezza del contesto o addirittura in male fede, diventando così agenti colposamente o dolosamente nemici della “salute pubblica”.
La comunicazione istituzionale non segue questa linea, ma le richieste di maggiore trasparenza spesso sono riscontrate con assordanti silenzi.
Ad esempio, relativamente ai dubbi sull’induzione all’impiego non troppo volontario dell’app, è stato chiarito che il suo utilizzo non sarà collegato all’allentamento delle misure di contenimento e dunque la mancata adozione individuale non comporterà né limitazioni nei movimenti né “altri pregiudizi”. Circa l’inesistenza di altri pregiudizi, però, quanto meno a livello sociale, è possibile nutrire alcuni dubbi che auspicabilmente saranno chiariti all’interno di una fase di maggiori chiarimenti sui dettagli al Parlamento. Il medesimo auspicio riguarda anche il coinvolgimento effettivo dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali e un atteso parere che chiarisca i dettagli di funzionamento e tenga conto delle linee guida europee e di un corretto bilanciamento dei diritti e libertà degli interessati.
Una delle feat che è fra le ipotesi sul tavolo per rendere l’app maggiormente appetibile verso la soglia-traguardo del 60% riguarda la possibilità di avere un “filo diretto” con il medico di famiglia. La perplessità che si nutre a tale riguardo è di ordine logico ancor prima che giuridico: come conciliare l’affermazione rassicurante circa l’impiego di dati anonimi(zzati) se poi è consentito all’utente di collegarsi con il proprio medico curante? È forse l’esercizio di un bispensiero di orwelliana memoria, che dunque andrebbe a spiegare la genesi della nuova categoria di dati “sufficientemente anonimi”?
Inoltre, sempre con l’intento di incentivarne l’impiego, si parla di orizzonti futuri di impiego dell’app per ricette e prescrizioni da remoto e, in senso più ampio, per la gestione delle visite dal medico di base. Obiettivi certamente di pregio, ma la app non doveva essere uno strumento strettamente collegato alla gestione dell’emergenza sanitaria? O forse si intendeva solo contenere il contact tracing entro tale ambito? Sono state considerate le possibilità di interoperabilità con il sistema del FSE?
Ulteriormente, viene fornita una rassicurazione ai cittadini con l’ipotesi di collocare il server dell’app in una struttura del Ministero della Difesa o dell’Interno, probabilmente una caserma, al fine di garantirne la sicurezza. Un luogo fisico suggestivo, ma la sicurezza delle informazioni relative all’app seguirà dunque gli standard militari? Ancora nessuna notizia su questo particolare di rilievo.
Mentre il Copasir indaga sui profili di sicurezza e il Garante Privacy fornisce indicazioni sulle esigenze di contenere le interferenze con la vita privata dei cittadini, un dubbio sul percorso intrapreso inizia a trovare sempre più argomenti: viste le molteplici incertezze, stiamo forse assumendo più o meno consapevolmente il ruolo di beta tester?

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